PPI ed abuso

Il primo Dossier «Less is more» sugli Archives (cinque studi clinici e due commenti) riguarda l’abuso degli inibitori di pompa. In Italia se ne consumano in un anno oltre 3 milioni di dosi (rapporto Osmed), e da un decennio il loro consumo aumenta ogni anno del 20%. Da metà a due terzi di queste prescrizioni sono inappropriate. Gli inibitori dovrebbero essere usati per le ulcere di duodeno e stomaco e le erosioni dell’esofago, ma l’impiego più frequente è quello per i semplici bruciori o per la cattiva digestione. Per combattere questi fastidi comuni (colpiscono il 25% degli adulti), ribattezzati come dispepsia funzionale o reflusso gastroesofageo non erosivo, anziché modificare gli stili di vita (fumo, alcol, dieta, stress) si ricorre a un farmaco. È noto che gli inibitori dell’acidità funzionano anche per i semplici fastidi digestivi e non danno inconvenienti immediati. Ma possono provocare seri eventi avversi a lungo termine, di cui gli interessati non si rendono conto: per esempio rendono più facile alcune gravi infezioni intestinali (Clostridium difficile) e le polmoniti, e aumentano il rischio di fratture. Nel bilancio i danni superano i benefici, e se i pazienti lo sapessero, probabilmente preferirebbero rimediare al mal di stomaco in altro modo. Spesso si criticano questi abusi facendo riferimento allo sperpero di denaro. Ma insistendo sui costi, si induce la gente a pensare che si vogliano razionare cure benefiche, e soprattutto si trascura che medicine inutili sono quasi sempre dannose per la salute. di Roberto Satolli, Zadig – Milano

da Mario Scali

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