Amare la vita debole

AMARE LA VITA DEBOLE

Questa settimana vogliamo dare rilievo a un articolo circa la risposta di Papa Benedetto XVI durante la Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo alla madre di un paziente in stato vegetativo persistente, ricoverato a Gorla Minore in una struttura per lungo-degenti.
Anche se la domanda e la risposta non hanno in oggetto una questione professionale medica in senso stretto, esse ripropongono in modo decisivo alcune questioni che per chi cura e assiste sono fondamentali: che dignità ha un paziente incosciente? Quale è il senso vero del prendersene cura?
La domanda della madre, che ad una prima lettura può sembrare ingenua, diventa cruciale anche per un medico che tratti i pazienti incoscienti : esiste in quel paziente che non comunica un valore indefinibile e non misurabile che va oltre la sua drammatica condizione?
Allo stesso modo nella risposta viene affermato che la presenza dei famigliari di fianco al malato è un atto di impegno per la vita e di rispetto per la vita umana: questo è ancor più vero per i medici e per gli infermieri; la cura e l’assistenza di un malato che non ha ragionevoli probabilità di guarigione o di miglioramento neurologico si può fondare solo sul riconoscimento di un valore non misurabile di cui il paziente è portatore, non su una inesistente possibilità terapeutica.

AMARE LA VITA DEBOLE (Avvenire, 28/04/2011)

La seconda domanda ci presenta un calvario, perché abbiamo una mamma sotto la croce di un figlio. È italiana, si chiama Maria Teresa questa mamma, e Le dice: «Santità, l’anima di questo mio figlio Francesco, in stato vegetativo dal giorno di Pasqua 2009, ha abbandonato il suo corpo, visto che lui non è più cosciente, o è ancora vicino a lui?».

Certamente l’anima è ancora presente nel corpo. La situazione, forse, è come quella di una chitarra le cui corde sono spezzate, così non si possono suonare. Così anche lo strumento del corpo è fragile, è vulnerabile, e l’anima non può suonare, per così dire, ma rimane presente. Io sono anche sicuro che quest’anima nascosta sente in profondità il vostro amore, anche se non capisce i dettagli, le parole, eccetera, ma la presenza di un amore la sente. E perciò questa vostra presenza, cari genitori, cara mamma, accanto a lui, ore ed ore ogni giorno, è un atto vero di amore di grande valore, perché questa presenza entra nella profondità di quest’anima nascosta e il vostro atto è, quindi, anche una testimonianza di fede in Dio, di fede nell’uomo, di fede, diciamo di impegno per la vita, di rispetto per la vita umana, anche nelle situazioni più tristi. Quindi vi incoraggio a continuare, a sapere che fate un grande servizio all’umanità con questo segno di fiducia, con questo segno di rispetto della vita, con questo amore per un corpo lacerato, un’anima sofferente. (Benedetto XVI, 22 aprile 2011)

Editoriale a cura di Federico Villa

postato da Fernanda Bastiani
(versione in pdf per stampa)

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